CINEMA

I GUERRIERI DELLA NOTTE

Cinema a Phiarte

DI NICOLA IANNIBELLI

Terzo appuntamento e decido di riprendere il concetto di “cult” con un film che è per l’appunto unico nel suo genere: I Guerrieri della notte (The Warriors) del 1979, diretto da Walter Hill.

Sulla trama c’è poco da dire: a un raduno di gang i nostri vengono ingiustamente accusati dell’omicidio del leader della banda più potente. Sono quindi braccati e costretti a fuggire, e l’unico modo per salvarsi è raggiungere il quartiere dal quale provengono, Coney Island. Tutta la storia avviene in una singola notte e termina all’alba.

i guerrieri della notte

Già i titoli di testa sono memorabili: i neon colorati della ruota panoramica, le luci e le carrozze della metropolitana, i Guerrieri e decine di altre gang, ognuna caratterizzata da divise dei più svariati colori, che si dirigono al grande raduno. Il tutto accompagnato da una musica elettronica graffiante e ricca di tensione, che lascia presagire la violenza a cui assisteremo. La colonna sonora è infatti firmata da Barry De Vorzon, che in questo caso ricorda molto il Giorgio Moroder di quei tempi, soprattutto per l’uso dei synth. Ci sono poi singoli di artisti di spicco, su tutti l’immenso singolo “In the city” di Joe Walsh. Ma tutto il comparto sonoro ha un ruolo rilevante, soprattutto con la trovata narrativa della radio clandestina ascoltata dalle gang che ci aggiorna, tra una canzone l’altra, sulla situazione dei fuggiaschi e dei predatori, con una misteriosa e sensuale speaker di cui riusciamo a scorgere solo le labbra nel buio della sala.

Nel titolo parlo di “epica” e c’è un motivo ben preciso: la storia infatti è un riadattamento in chiave contemporanea di una famosa opera di Senofonte, l’ Anabasi, che parla di un manipolo di soldati ellenici che per tornare a casa dopo la morte del loro capo (Ciro il Giovane, che nel film diventa Cyrus), deve attraversare l’impero persiano e diverse sue colonie, rischiando costantemente il linciaggio. Trovo davvero geniale il riuscire a trasporre una storia di circa 2.400 anni fa nelle spietate strade di New York della fine degli anni ’70, dove gli eserciti diventano gang e la patria il quartiere in cui si è nati.

È un’ambientazione del tutto nuova anche per il concetto di epica nel cinema americano stesso: fino ad allora infatti i nuovi “miti” provenivano soprattutto dal genere western, che ha segnato la memoria storica degli Usa (qualcuno diceva, perdonatemi se non ricordo chi di preciso: “ogni popolo ha bisogno di una sua epica, per gli Stati Uniti questa risiede nel Far West”), con John Wayne come icona assoluta. Ma quelli erano i miti della vecchia generazione, non più sentiti dagli adolescenti, che cercano nuovi eroi: solo due anni prima abbiamo infatti la storica uscita del primo Star Wars, che ha ridefinito il concetto di Kolossal e della fantascienza come genere di nicchia. Con The Warriors ecco invece che arriva anche un’epica “dal basso”, indipendente nella forma e nel contenuto, ribelle. Piccolissima digressione: l’epica invece oggi assume le caratteristiche del cine-comic e dei super-eroi, chissà magari ne parliamo in futuro più approfonditamente.

Tornando al titolo, parlo di epica sì ma aggiungo “nuova” e “urbana” sia per i motivi sopra-citati ma anche per un altro che a mio avviso spiega benissimo il perché questo film si sia guadagnato il titolo di cult che tutti dovrebbero vedere: i suoi involontari rimandi all’hip hop. Musicalmente non ne troviamo neanche uno, ma l’ambientazione, il periodo storico e le tematiche in comune sono fondamentali. Innanzitutto New York, la strada, le gang, l’amore per il quartiere di appartenenza. Il writing! È senza dubbio uno dei primi film a riconoscere l’esistenza del writing sia come arte che come segno di identificazione: i guerrieri sono sempre muniti di una bomboletta rossa per lasciare il marchio ovunque passino. Inoltre vennero assunti dei veri writers per le ricostruzioni scenografiche (poche in realtà, dato che il film è girato interamente per le strade tranne che per le scene in radio e nel quartier generale dei Riffs).

Il film è stato citato in decine di album e videoclip dei più famosi gruppi e artisti del panorama Hip-Hop, proprio a dimostrare l’importanza che ha avuto nell’immaginario di questo movimento culturale.

Tornando al film in sè, non posso attribuirgli alti e altri meriti storici e/o artistici, parliamo comunque di un prodotto indipendente e di genere, nello specifico di azione (sicuramente il genere più “schifato” dai critici, anche se annovera diverse pellicole di una certa importanza), che però è sicuramente godibilissimo anche per i meno appassionati. Su tutte voglio però portare alla vostra attenzione due scene sicuramente degne di nota: 

SPOILER ma non catastrofici:

i guerrieri della notte

La prima è proprio nel finale, con la famosissima scena del “cattivo” che sbattendo tre bottiglie incita i Guerrieri a palesarsi per la battaglia finale. A parte appunto l’epicità del momento, è il come ci si arriva a renderla memorabile: dopo una notte rocambolesca, accompagnata quasi sempre da urla e dal rumore della metro, il silenzio…l’alba, i nostri fermi sulla spiaggia ormai esausti, e il rumore delle bottiglie che ricorda sia allo spettatore che ai protagonisti che non è finita, bisogna prepararsi allo scontro finale.

 

La seconda avviene invece a circa metà film; nello specifico succede che Swan, il capo dei guerrieri e una malconcia ragazza di strada diventata sua amica, incontrano in metro dei normali ragazzi, probabilmente studenti benestanti. I giovani sono felici e spensierati, stanno rientrando da un normale sabato sera in centro. Quando si accorgono della presenza sul vagone di questi due “vagabondi” avviene un forte scontro tra due realtà opposte ma conviventi nella stessa città. La ragazza prova ad aggiustarsi i capelli come a ricercare una normalità mai avuta e un segno di “accettazione” da quest’altra umanità. Ma Swan la blocca, forse a sottintendere che questo incontro non potrà mai avvenire, ma lo fa anche con uno sguardo pieno di orgoglio, senza la minima vergogna per il mondo a cui appartiene e in cui con ogni probabilità è destinato a morire. Questa scena riesce a colpire ogni volta chiunque guarda il film, e a mio avviso nella sua semplicità e assoluta assenza di dialoghi riesce a comunicare con potenza concetti probabilmente anche impossibili da esprimere a parole.