LA CASA DI VON TRIER

“Se sapessi spiegare me stesso con le parole non avrei bisogno di fare film.”

DI LUCA ARDIA

“Se sapessi spiegare me stesso con le parole non avrei bisogno di fare film.”
Un concentrato di egocentrismo artistico e megalomania? No, forse qualcosa di molto più grande.
Lars Von Trier è arte selvaggia. È devozione all’autodistruzione, è attitudine al sacrilegio, è visione unica della settima arte filo-letteraria.
Non basterebbe un intero giornale a lui dedicato, per raccontare tutte le controversie che hanno caratterizzato la sua carriera, ma oggi, è del lato cinematografico che ci occupiamo. Alle tappe oscure del suo cinema, per l’esattezza.
È necessario riavvolgere il nastro (siamo sicuri che lui direbbe cosi) fino al 2009 per ammirare il primo capolavoro sull’afflizione vontrieriana.
Antichrist, strettamente influenzato dalla depressione vissuta dal regista, si presenta come un film di grande impatto sin dalle battute iniziali.
Lo spirito nichilista avvolge l’intera pellicola, trascinandoci in un vortice di angoscianti metafore che raccontano la depressione di una donna, interpretata da Charlotte Gainsbourg, dopo la perdita del figlio. Lars usa l’attrice come specchio su cui riflettere i suoi pensieri più macabri e le paure provate sulla sua pelle.

Von Trier evolve ancora il suo concetto di depressione nel drammatico e intenso Melancholia. Gainsbourg riprende il ruolo di protagonista al fianco di Kristen Dunst. Il tema depressivo qui, sfocia in una feroce critica all’alta borghesia e a coloro che pensano di poter gestire il disordine utilizzando il raziocinio. Von Trier gioca con la successione degli eventi raccontando la storia di due ragazze in balia di un caos che scandisce ogni singolo istante della vita. 

L’opera che chiude la trilogia del tormento rappresenta l’apoteosi della visione cinematografica di Von Trier. La casa di Jack. La Divina Commedia di Lars. Il suo Inferno sul grande schermo. È impossibile analizzare questa opera senza cogliere la molteplicità di riferimenti alla vita, alle polemiche e allo spirito dell’autore. Jack, interpretato da un magistrale Matt Dillon, che incarna l’alter ego dell’autore, da sfogo ai suoi desideri più reconditi, dall’ossessione maschile verso la brutalizzazione dell’essere umano alla rimozione di ogni freno inibitorio, assecondando i suoi estinti ed evitando il confronto con il senso di colpa. Jack uccide. Uccide principalmente donne, come se Lars volesse rispondere in maniera provocatoria, alle accuse di misoginia. Jack scende negli inferi, accompagnato da Virgilio, ed è qui che il suo narcisismo abbraccia le fiamme eterne. Il dolore è intenso ma breve, il ghiaccio e la luce prendono il corpo dell’uomo lasciando all’inferno soltanto la sua anima dannata. L’ironia del regista lascia respirare gli spettatori, altrimenti incapaci di reggere una pellicola cosi estrema in termini di violenza. La trilogia sopracitata rappresenta un chiaro esempio di cinema d’autore, in grado di appellarsi a una fotografia cruda e ad una sceneggiatura onirica completamente in linea con il pensiero di Von Trier, protagonista assoluto, nonostante lasci ad altri il ruolo di interprete. I suoi manifesti cinematografici non sono per tutti e lo si capisce osservano le lunghissime scene di silenzi e di azioni quasi incomprensibili a primo impatto. La casa di Jack rappresenta il picco massimo raggiunto da Lars. Una vetta capace di dimostrare a tutti che il cinema è La casa di Von Trier