SCRITTURA

FUCK ORDINARY

DAVID FOSTER WALLACE

DI LUCA ARDIA

Iniziare dalla fine.
Finire all’inizio.
David Foster Wallace ha segnato la storia della letteratura mondiale.
Lo ha fatto distruggendo gli schemi strutturali che avevano caratterizzato un testo fino a quel momento, creandone nuovi.
Lo ha fatto con Infinite Jest, l’opera letteraria, forse, più importante degli ultimi venticinque anni di scrittura americana.
La videocassetta di un film molto particolare, in grado di inibire gli esseri umani e di renderli incapaci di desiderare altro che non sia il film stesso, è la metafora usata da Wallace per raccontare il tema della dipendenza. Ambientato in un futuro non troppo lontano, il romanzo ruota attorno al racconto di diversi narratori. L’opera non è lineare e tracciare un rapporto Inizio-Causa-Conseguenza-Conclusione è praticamente impossibile, ma nulla è lasciato al caso. Le note a piè di pagina aiutano il lettore a collegare i vari pezzi di storia distribuiti lungo le oltre millecinquecento pagine.
David mostra la sua avversione verso gli spazi pubblicitari e gli sponsor aziendali, rappresentando un’epoca distopica dominata dai grandi mercati, facendo emergere, dunque, una capacità visionaria degna dei grandi poeti ermetici.

DAVID
In Wallace si può assaggiare una buona pietanza Orwelliana, condita con un pizzico dell’Amleto, da affiancare alla scrittura di Chuck Palahniuk nella lotta al consumismo (il tanto amato Fight Club, tratto dal suo omonimo romanzo, è stato pubblicato nel 1996, stesso anno di nascita di Infinite Jest).
Etichettare Infinite Jest non si può. Wallace fa intersecare diversi registri linguistici, dallo slang del ghetto di Boston, alla terminologia tecnica di tipo medico, dando forma a un romanzo enciclopedico, post-moderno e devoto al realismo isterico allo stesso tempo. L’enorme mole di note a piè di pagina presenti nel testo raccontano delle vere e proprie storie che includono, a loro volta, altre note, essenziali per la ricostruzione cronologica degli eventi, altrimenti incomprensibili data la mancanza di linearità.
Lo scrittore ci ha lasciati a soli quarantasei anni, con soli tre romanzi all’attivo: La scopa del sistema, Il re pallido e il capolavoro di cui ci siamo appena occupati.
“È solo quando arrivi più o meno a metà libro che secondo me comincia a vedere emergere il barlume di una struttura. Poi, certo, il grande incubo è che la struttura la vedi solo tu, mentre per gli altri è un gran casino.” disse una volta della sua scrittura. Scrittura che in realtà noi capiamo fin troppo bene. Non lineare. Immortale.